Ragioni Referendum 4 Dicembre 2016: motivi e opinioni sì e no, perché votare pro e perché votare contro la riforma

By | dicembre 1, 2016
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Domenica 4 dicembre 2016 gli italiani sono chiamati a votare per il referendum costituzionale voluto dal Governo Renzi. Se si sceglie SI si procederà a una riforma della Carta costituzionale, se si vota NO le cose resteranno invariate. Il dibattito sul referendum è vivo da diversi mesi in TV, carta stampata e Internet. Scopriamo dunque prima di questo importante appuntamento quali sono i motivi del sì e del no.

Ragioni Referendum 4 Dicembre 2016: motivi e opinioni del sì e del no, perché votare pro e perché votare contro la riforma

La Costituzione italiana è la legge fondamentale della nostra Repubblica, approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948, fortemente voluta dopo la fine della seconda guerra mondiale e del periodo fascista. La Costituzione si caratterizza per il fatto di essere rigida, ciò significa che per modificarla è necessario un particolare procedimento parlamentare aggravato per modificarla. Ovvero sono indispensabili due deliberazioni di entrambe le camere a maggioranza qualificata, e a un intervallo non inferiore ai tre mesi.

Nell’eventualità in cui la legge costituzionale venga approvata da una maggioranza inferiore ai due terzi dei membri di una o di tutte e due le camere, la legge vie sottoposta a referendum se ne fanno domanda un quinto dei membri di una Camera, o 500.000 elettori o 5 Consigli regionali.

Vediamo quindi nel dettaglio in cosa consiste e cosa chiede questo referendum. Il testo recita: “Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”. La risposta sarà SI se si approva, NO se desidera lasciare tutto invariato.

Se vincesse il SI verrebbe meno l’attuale bicameralismo perfetto in cui si articola il nostro Parlamento. Dagli attuali 315 senatori eletti direttamente dai cittadini si passerebbe a 100, dei quali 95 eletti dai Consigli regionali e a nomina presidenziale a cui si aggiungono i senatori a vita, come gli ex Presidenti della Repubblica. Inoltre non è prevista un’indennità aggiuntiva per i senatori, ossia non disporranno di due stipendi e scompare  il limite di età per l’elezione a senatore, anche inferiore ai 40 anni.

Per quanto riguarda la funzione legislativa, Senato e Camera avrebbero le medesime competenze su alcune tipologie di leggi mentre le altre verrebbero approvate solamente dalla Camera. Il Senato può inoltre proporre delle modifiche dalle quali, dopo una valutazione, la Camera potrà discostarsi con maggioranza semplice. Entrambe le camere potrebbero istituire Commissioni d’inchiesta, anche se il Senato potrebbe farlo solo su materie “concernenti le autonomie territoriali”.

Con la riforma la Camera acquisirebbe la competenza sulla deliberazione dello stato di guerra, a maggioranza assoluta, la concessione dell’amnistia e dell’indulto con maggioranza qualificata voluta dalla Costituzione. Potrebbe inoltre autorizzare la ratifica dei trattati internazionali, eccetto quelli che riguardano l’Italie e l’UE, e sottoporre alla giurisdizione ordinaria il Presidente del Consiglio e dei Ministri per i reati legati all’esercizio delle loro funzioni.

Invariata invece l’elezione del Presidente della Repubblica da parte del Parlamento in seduta comune, ma non si prevede più la partecipazione all’elezione dei delegati regionali vista la nuova composizione del Senato. La supplenza del Presidente della Repubblica verrebbe inoltre affidata al Presidente della Camera e non più a quello del Senato. Un’ulteriore modifica interessa il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, ossia dal quarto scrutinio è necessaria la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea, e dal settimo la maggioranza dei tre quinti votanti.

Infine si apporterebbe una modifica anche relativamente all’elezione dei cinque giudici della Corte costituzionale di nomina presidenziale, attualmente in seduta comune. Ragione per cui 3 giudici costituzionali verrebbero nominati dalla Camera dei deputati e 2 dal Senato.

Se vincesse il NO il Senato, in una posizione di bicameralismo perfetto rispetto alla Camera, continuerebbe ad approvare le leggi e a votare la fiducia; manterrebbe il suo numero di eletti su base regionali, e il limite di età di minimo 40 anni per essere eletti. Inoltre il Presidente della Repubblica continuerebbe a essere eletto in seduta comune, e dalla quarta votazione in poi scenderebbe alla maggioranza assoluta degli aventi diritto.

Con il SI importanti cambiamenti riguarderebbero il potere esecutivo con l’inserimento all’interno della Costituzione del cosiddetto “voto a data certa“, che permette al Governo di velocizzare l’iter di approvazione delle leggi. Il Governo può quindi chiedere alla Camera di inserire un testo di legge tra le priorità arrivando al voto definitivo in massimo 70 giorni, accelerando così il processo di approvazione di leggi considerate centrali per il programma politico dell’esecutivo. La Camera a sua volta può più o meno accogliere questo iter.

Al contrario se non passasse la riforma si manterrebbe lo stato attuale con la procedura abbreviata che riduce i tempi di lavoro dei decreti legge, ammessi solo in casi di necessità e urgenza.

A proposito delle leggi di iniziativa popolare, con la vittoria del SI, ci vorranno 150.000 firme e viene stabilita una garanzia costituzionale sulla base della quale verranno discusse in Parlamento. Se vincesse il NO per tali leggi continuerebbero a essere richieste 50.000 firme, senza la garanzia che queste vengano poi discusse in sede parlamentare.

Novità anche a proposito del referendum abrogativo che con il SI continuerebbe a mantenere il limite minimo del 50%+1 degli aventi diritto per essere richiesto. Tuttavia se fossero almeno 800.000 gli elettori richiedenti il quorum si abbasserebbe al 50%+1. Vengono introdotte inoltre due nuove tipologie di referendum, propositivo e di indirizzo. Con il NO verrebbe mantenuto l’attuale limite minimo del 50%+1 dei richiedenti.

Due aspetti importanti del referendum del 4 dicembre 2016 riguardano la riforma del titolo V della Costituzione e la soppressione delle province, e l’abolizione del CNEL volute dal SI. Verrebbe riformulato l’art. 117 e, in tal senso, si aumenterebbero le competenze dello Stato in materia di trasporti, infrastrutture, energia, sicurezza sul lavoro, protezione civile e ricerca scientifica. Alle Regioni viene lasciato il compito di occuparsi della tutela della salute, istruzione, politiche sociali, l’ordinamento scolastico e la sicurezza alimentare. Introdotta anche una clausola di supremazia, in base alla quale lo Stato può intervenire in materie anche di non competenza esclusiva e quindi delle Regioni per tutelare l’interesse nazionale.

Votando NO invece le competenze restano separate in esclusive, solamente dello Stato, e concorrenti, ovvero delle Regioni e che attualmente riguardano anche la protezione civile, i beni culturali e ambientali, e il lavoro.

Altro aspetto legato alla riforma del titolo V della Costituzione è l’abolizione delle province, per cui viene si procederebbe a una modifica dell’art. 114 e la Repubblica sarebbe costituita dai Comuni, Città metropolitane, Regioni e Stato. Il NO invece lascerebbe in vita le province, non del tutto abolite, ma con l’assetto dato loro dalla legge Delrio del 2014.

Infine un altra questione cruciale del referendum costituzionale concerne l’abolizione del CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro previsto dall’articolo 99 della Costituzione.  Il CNEL svolge funzioni di consulenza delle Camere, del Governo e delle Regioni in merito alla legislazione sociale ed economica, e può esprimere pareri ed iniziative legislative escluse le leggi tributarie, di bilancio e costituzionali. Realizza inoltre periodicamente dei rapporti su aspetti legati alla situazione del lavoro, dell’economia, immigrazione e lotta alla criminalità.

Chi vuole eliminare il CNEL lo ritiene un organo sostanzialmente passivo, oneroso per lo Stato, e scarsamente incisivo a livello legislativo avendo proposto in 57 anni dalla sua nascita solamente 14 disegni di legge ed espresso 96 pareri. La sua abolizione porterebbe così a una riduzione delle spese pubbliche. Al contrario chi vuole mantenerlo in vita il CNEL sostiene che i costi per il suo mantenimento si siano notevolmente ridotti negli anni, e spingono più che per una sua abolizione verso una riforma dello stesso, adeguandolo ai giorni nostri. Inoltre chi si schiera per il NO ritiene questo organo un corpo intermedio importante per il mantenimento della democrazia.