Lidia Macchi, svolte sull’Omicidio di Cittiglio: dopo Stefano Bindi, nuove interrogazioni

By | gennaio 27, 2016
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Omicidio Lidia Macchi, a 29 anni dal tragico evento di Varese spunta il Dna della busta inviata al cimitero.

Se in Italia è ormai consueto parlare di burocrazia lenta, a volte la giustizia lo è ancora di più. Emblematico è il caso di Lidia Macchi, uccisa brutalmente ben 29 anni fa a Cittiglio, in provincia di Varese, con 29 accoltellate. Da allora le indagini sull’identità del presunto responsabile non sono ancora terminate e la famiglia della donna non ha ancora ottenuto giustizia. Eppure, proprio in questi giorni, le svolte clamorose nelle indagini sull’omicidio di Lidia Macchi hanno portato all’accusa di Stefano Bindi, l’uomo arrestato dalle autorità dieci giorni fa. E’ stato lui a commettere quel terribile omicidio?

Gli inquirenti vogliono però vederci chiaro. Ed è per questo che il Giudice Carmen Manfreda, seguendo le indagini sull’omicidio Lidia Macchi, ha deciso di ascoltare proprio in questi giorni altre persone, ex frequentatori di Comune e Liberazione oltre che della donna. Tra queste non mancherà all’appello anche Patrizia B., la donna amica di Lidia che avrebbe detto essere di Stefano Bindi la calligrafia della missiva giunta ai familiari durante il funerale della donna. Accusa poi alimentata dal confronto fatto con altre cartoline che Bindi aveva già scritto per essere indirizzate ai giudici. Seguì così l’ordine di perizia calligrafica da parte dei giudici ed il risultato che quella calligrafia era molto probabilmente appartenente a Stefano Bindi.

Un particolare importante se non fosse però per la successiva confutazione giunta da un altro elemento: la perizia calligrafica fu seguita anche da un’analisi del Dna della lettera contenuta nella busta mandata alla famiglia Macchi durante il funerale. Ma dai risultati ottenuti, quel Dna non appartiene all’accusato, Stefano Bindi. Tutto ciò potrebbe significare un nuovo interminabile corso delle giustizia nella ricerca dell’assassino di Lidia Macchi, a ben 29 anni dall’accaduto. Si sta dunque ripartendo dalle interrogazioni di altri membri di Comune e Liberazione, ex amici di Lidia, allo scopo di ottenere nuovi altri dettagli sulle frequentazioni della donna negli ultimi giorni prima dell’omicidio.

Dopo dieci giorni dall’arresto di Stefano Bindi, i difensori adesso però si oppongono ad una nuova interrogazione della donna amica di Lidia, Patrizia B., che aveva inutilmente accusato l’uomo di aver scritto quella famosa lettera indirizzata alla famiglia. Il ricorso in Cassazione dei difensori di Bindi ha come oggetto anche l’ingiustificata- a loro parere- detenzione dell’assistito, data la non sussistenza di pericoli di fuga dello stesso Bindi. Intanto però continuano il loro corso le indagini sull’incidente probatorio condotte dai giudici di Milano al fine di risolvere, si spera, uno dei casi di cronaca più discussi degli ultimi anni. Sollo allora Lidia Macchi, prima ancora dei familiari, potrà ottenere giustizia per quel terribile evento che le spezzò la vita.